
Nome: Laura Calciolari
Non-convenzionale è la definizione più gettonata; ma ciò non significa imprevedibile!
Amo le novità che mi obbligano ad imparare cose nuove e le persone curiose e intelligenti, quelle che con una domanda ti spalancano un mondo ancora inesplorato sul quale riflettere.
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Per non creare equivoci vorrei, prima di tutto, definire il termine bullismo, che non è un atto sporadico di violenza fisica o psicologica, di intimidazione, minacce o di prevaricazione, ma una serie di queste azioni ripetute nel tempo contro persone che sono incapaci o impossibilitate a difendersi in maniera adeguata.
Se accettiamo questa definizione dovremo considerare che non sono solo bambini e ragazzi i soggetti attivi e passivi del bullismo, ma anche gli adulti[1].
A complicare le cose c’è anche il bullismo che si manifesta non solo tra pari (ragazzi contro ragazzi e adulti contro adulti) ma viene messo in atto anche da adulti contro ragazzi e viceversa.
Si tratta di un fenomeno molto complesso che risulta oggettivamente in costante espansione.
Le principali attività che cercano di arginare questo fenomeno sociale sono relegate principalmente a due categorie: i bulli e le loro vittime.
Tuttavia il termine bullismo viene usato sempre più spesso per semplificare e per evitare ad un numero crescente di adulti di assumersi responsabilità.
Possiamo parlare di insegnanti incapaci di arginare una classe e ottenere comportamenti coerenti con l'educazione e il rispetto delle regole e delle diversità, oppure di quei genitori troppo stanchi o così presi da problemi economici da non riuscire a dire dei no ai loro figli.
Ci sono studi e ricerche che possono offrire l’identikit dei bulli e le statistiche della loro diffusione nei vari ambiti sociali (scuola, discoteca, sport…) e ci sono molte interpretazioni psicologiche e sociologiche che ne spiegano i meccanismi e le ripercussioni sulle persone che subiscono il bullismo, ma finora nella letteratura scientifica non ho ancora trovato nulla di nuovo né di illuminante, nulla che consenta di affrontare il problema da un punto di vista che invece a me pare importante.
Ho avuto modo di entrare in diverse scuole medie e superiori ma non ho mai trovato un manifesto, un avviso o un lavoro degli studenti che affrontasse il problema come tale, e nemmeno c’era bene in vista il numero verde antibullismo, né quello nazionale (800 66 96 96) né eventuali numeri locali. Invece ho trovato spesso inviti generici alla legalità, ma sempre manchevoli di precisi riferimenti al Codice Penale e alle pene previste per le illegalità più comuni.
Ma siamo Italia, e da noi la pena non solo non è mai certa ma spesso c’è un perverso buonismo pseudo cristiano che spinge l’opinione pubblica a solidarizzare con i malfattori e gli assassini piuttosto che con le loro vittime.
Ormai c’è l’abitudine a cercare le giustificazioni di ordine psicologico-sociale ad ogni atto criminoso, con la conseguenza che si accorda solidarietà a chi commette crimini anziché alle vittime. Spesso, quando mi accorgo di questa deriva sociale, penso che forse ci stiamo precostituendo una serie di attenuanti per noi stessi, nel caso che domani tocchi a noi essere giudicati in un tribunale.
Ma a ben guardare non è solo questione di reato e pena, ma piuttosto del progressivo allontanamento di qualsiasi limite al comportamento, sia individuale che collettivo.
Fino agli anni cinquanta il limite fra lecito e illecito era chiaro ed era diffusamente osservato, poi con l’avvento del permissivismo di Benjamin Spock, e negli anni ottanta dell’edonismo reganiano e degli yuppies[2] l’unica discriminante rimasta è il confine sempre più labile tra possibile e impossibile.
E il possibile ora sembra non avere più confini.
E il futuro non è più sinonimo di belle speranze, ma fa paura.
E chi ha paura è così preso dal tentativo di proteggersi che solo a tratti riesce ad avere percezione di sé.
Così troviamo sempre più spesso insegnanti che di fronte ad una violazione (ad esempio uno studente che fuma a scuola) non riescono a far rispettare le regole, e genitori che minacciano e malmenano insegnanti e prèsidi che hanno osato mettere una nota o sospendere dalle lezioni il loro figlio.
A questo punto cosa fare? Prendere bulli, trasgressori e maleducati, e far loro un predicozzo?
Finora è andata per lo più in questo modo, con alcune azioni di sostegno ai genitori dei bulli o delle loro vittime.
Ma c’è una fonte che alimenta il bullismo e che continua a rimanere in ombra ed è l’assunzione del ruolo degli adulti. Questo filo, o meglio questa “collana” di contatti che interagiscono con i ragazzi ha molto spesso troppi anelli deboli e indistinti, che non riescono a trovare la giusta collocazione all’interno della collana che cinge l’adolescente. Infatti se non c’è chiarezza e consapevolezza del proprio ruolo nessuno potrà rapportarsi con efficacia a chicchessia.
In situazioni dove ci sono direttori e prèsidi che fanno gli impiegati di concetto, insegnanti che fanno solo gli speaker e genitori assenteisti o che fanno gli amici dei figli, gli unici che interpretano il proprio ruolo sono i ragazzi, anche se fanno i ragazzi in eccesso.
Tuttavia non sarà sufficiente aver un buon preside che assuma il proprio ruolo, perché non potrà controllare in ogni istante ogni classe e ogni insegnante. Non basterà che alcuni insegnanti siano anche educatori e segnalino i problemi, perché ce ne saranno altri che cadranno dalle nuvole e diranno che va tutto bene; e non basterà che i genitori, di tanto in tanto, tolgano la play station o il computer per qualche giorno per punire i bulli, violenti, riottosi e neghittosi.
La presa di posizione isolata è inefficace perchè è come la nebbia: lascia il tempo che trova.
Se i genitori sono impreparati, incapaci di avere comportamenti coerenti con il proprio status e non accompagnano con costante autorevolezza la crescita dei figli, sarà come se quei figli crescessero per la strada: senza guida e allo sbando. E più ai ragazzi mancherà la guida, più essi si spingeranno oltre il limite del possibile, all’eterna ricerca di un limite che possa fermarli e tranquillizzarli.
Tranquillizzarli? Sì, perché ogni persona (e non solo gli adolescenti) ha bisogno di limiti, di confini, entro i quali muoversi e progettare la propria vita, una sorta di casa emotiva nella quale sperimentare le proprie capacità, abilità, ambizioni, sogni e sentimenti. Ma questo implica anche il desiderio e l’attesa del premio per lo sforzo e l’impegno profusi, cioè l’apprezzamento e il riconoscimento del proprio valore da parte degli adulti, primi fra tutti i propri genitori.
Ma se i ragazzi non riescono a costruire la propria casa emotiva insieme ai genitori oppure se questi genitori non solo non l’apprezzano, ma ne ignorano l’esistenza?
Allora bisogna che i ragazzi trovino altri adulti capaci di offrire loro quel limite di cui non possono fare a meno per diventare adulti equilibrati e socializzanti.
Ho visto molte volte genitori e insegnanti rinunciare (con conseguenze disastrose) ad una punizione giusta[3] solo per evitare le urla, le ribellioni violente o le rappresaglie dei ragazzi; oppure perché la punizione faceva dispiacere a loro stessi ed era troppo doloroso o faticoso portarla fino in fondo e mantenere la posizione di ‘giustiziere’.
Ma ho avuto anche la fortuna di vedere che le reazioni dei ragazzi a punizioni giuste sono state accettate e sopportate con proteste così striminzite (giusto per salvare l’orgoglio) da far pensare che se le aspettavano e che, pur senza ammetterlo, le ritenevano dovute.
Allora che fare? Una ricetta magica ancora non c’è, ma potremmo fare il gioco che chiamo del ruolo-in-prestito.
Quando uno studente o un figlio fanno qualcosa di sbagliato e noi non sappiamo come comportarci o reagire, cerchiamo di mantenere la lucidità, prendiamoci qualche istante per riflettere e proviamo a immaginare cosa farebbe un insegnante o un genitore tradizionale: prendiamo in prestito (assumiamo) quel ruolo, misuriamo bene le nostre forze e comportiamoci di conseguenza.
Nel valutare le conseguenze e gli impatti del comportamento che abbiamo deciso di tenere, dobbiamo però tenere presente che il metro dovrà essere l’altro, l’adolescente, e non noi stessi con le nostre paure, la nostra fatica o il nostro disagio.
E siccome nemmeno Dio è riuscito a creare l’universo in un giorno solo, armiamoci di perseveranza, pazienza e fiducia in noi stessi perché ogni cosa che facciamo o diciamo lascia un segno in chi ci sta accanto.
Certo, ogni giorno non risolveremo tutto per tutti, ma l'importante è ricordare sempre chi siamo e chi abbiamo di fronte.
[1] Il bullismo tra adulti viene definito anche con altri nomi che spesso coincidono con precisi reati sanzionati dal Codice Penale: mobbing, violenza privata, minacce, percosse, estorsione, calunnia, abuso dei mezzi di correzione, violazione della libertà individuale, persecuzione…
[2] Edonismo e yuppies = apparenza, appagamento, piacere e ricchezza innanzi tutto
[3] Commisurata alla violazione, ma mai percosse o violenza.
Quarant'anni fa Robert Kennedy tenne un discorso sulla reale ricchezza delle Nazioni e sul PIL. Tre mesi dopo fu assassinato. Cos´è il PIL, il Prodotto Interno Lordo? Il misuratore della crescita della società? La trasformazione in denaro, un concetto astratto, della nostra salute, del nostro tempo, dell´ambiente?
Nessuno ha mai calcolato il costo del PIL.
I danni dei capannoni vuoti, delle merci inutili, dei camion che girano vuoti come insetti impazziti, della distruzione del pianeta.
Nessuno ha mai stimato il valore del tempo perduto per le code, per gli anni sprecati a lavorare per produrre oggetti inutili. Per gli anni buttati per comprare oggetti superflui e inutili creati dalla pubblicità.
Il tempo, la Terra, la vita, la famiglia (gli unici importanti) sono concetti troppo semplici per il PIL. Un mostro che divora il mondo. Lo mangia e lo accumula. Lo digerisce e lo trasforma in nulla.
L´equazione PIL = ricchezza è solo un incantesimo. I prodotti inutili non diventano utili perché qualcuno li compra.
"Solo quando l'ultimo fiume sarà prosciugato, quando l'ultimo albero sarà abbattuto, quando l'ultimo animale sarà ucciso,solo allora capirete che il denaro non si mangia." (Profezia Creek)
Dal discorso di Robert Kennedy, 18 marzo 1968, Università del Kansas:
"Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell´ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell´indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto nazionale lordo (PIL).
Il PIL comprende anche l´inquinamento dell´aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l´intelligenza del nostro dibattere o l´onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell´equità nei rapporti fra di noi.
Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull´America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere Americani."
Un grazie speciale a

Impunito, in lingua italiana, finora è sempre stato associato a delinquente e a crimine, mai a ‘vittima’.
Se qualcuno è vittima significa che ha subito un inganno, una violenza, una prepotenza, quindi ha subito un’ingiustizia.
Allora perché la vittima, oltre ad aver subito un’ingiustizia, deve essere punita?
Incredula, ho cliccato sul titolo spinta dalla curiosità di sapere chi aveva scritto il pezzo e chi aveva avuto la dabbenaggine di pubblicarlo con un titolo così crudele, sia per le donne del Darfur che per la lingua italiana.
Ebbene, quando ho visto dove era pubblicato l’articolo, giuro: sono rimasta a bocca aperta!
Circa un mese fa avevo scritto un pezzo sulle numerose categorie di asini italiani, ma stavolta credo che oltre al danno (per chi legge) ci sia anche la beffa, perché il sito in questione è un Istituto per la Formazione al Giornalismo!
Sul momento sono stata tentata di segnalare lo sfondone, ma poi ho deciso di aspettare e vedere se veniva corretto.
Niente.
Nessuno dell’Istituto se n’è accorto e nessuno ha segnalato l’assurdità di questo titolo.
E siccome la professione di "strapazzatore d'italiano" è in costante espansione, vi prego di segnalarmi “perle” simili per arricchire
.
.
Note: Per evitare che dopo questa segnalazione la pagina originale non sia più visibile, l’ho scaricata in PDF ed è visibile nella sezione media.
Alcuni giorni fa
Si tratta dell'opera che Bernardino di Antonio Detti realizzò nel 1532 per uno dei cinque Spedali di Pistoia con grande ricchezza di particolari: giocattoli, amuleti, croci, medaglie, coralli e, appunto, una mosca.
La tavola, denominata in origine “Madonna dell’Umiltà”, fu in seguito citata come
Sfogliando il volume “Per rinnovare il bel corpo della chiesa”, curato da
Un così maldestro errore di restauro è impensabile, ma poiché fidarsi è bene e non fidarsi è meglio, ho voluto tornare al Museo Civico di Pistoia e verificare di persona. La bella mosca del Detti, con le nervature alle ali e l’ombra leggera sull’incarnato dell’avambraccio del Bambino era ancora là!
Quindi rimane solo una spiegazione possibile per la scomparsa della mosca dalla riproduzione nel volume: un grafico o un fotografo, un po’ superficiali e un po’ ignoranti, devono aver creduto di essere stati loro a fotografare l’attimo in cui una mosca invadente si era posata sul dipinto.
Meno male che esistono i moderni programmi di ritocco fotografico (devono aver pensato) e così, con molta scrupolosità, hanno eliminato dalla tavola quell’insetto sfacciato.
Per fortuna gli ermellini sono più ingombranti e assai meno comuni delle mosche altrimenti – se tanto mi dà tanto - potremmo rischiare di avere una “Dama con l’ermellino” senza l’ermellino!
Laura Calciolari
Articolo pubblicato anche su "La Nazione" di mercoledì 26 marzo 2008, Cronaca di Pistoia, pag. VI

Non vado spesso all’ufficio postale e ancora meno spesso acquisto francobolli, ma stamattina, quando ho chiesto 50 francobolli ordinari (la posta prioritaria è morta da tempo) l’impiegata mi ha passato un foglio intero di asini!
Non sono riuscita a trattenermi e sono scoppiata a ridere: in un istante è riaffiorata alla mia memoria una lunga serie di asinate riprese dalla stampa -e non solo italiana- che avevano per protagonisti vicissitudini e sfondoni di italiani che dovrebbero essere illustri.
Ho pensato alle torture che moltissimi giornalisti infliggono ai congiuntivi (ormai in coma irreversibile), alla sintassi e alla consecutio temporum.
Subito dopo mi sono ricordata dell’episodio legato all’esame di stato per aspiranti giudici: bocciati in massa per ignoranza della lingua italiana.
Ma certo non sono da meno le sconfortanti statistiche di pochi giorni fa circa il rendimento degli studenti delle scuole medie di primo e secondo grado, senza parlare degli sfondoni linguistici (e non solo) che vengono somministrati a quegli stessi studenti da parte di numerosi insegnanti.
I nostri politici, una decina di anni fa, hanno ispirato un libro con la raccolta dei loro sfondoni, ma purtroppo non si può parlare al passato: alla fine dell’anno scorso il ministro De Castro ha scambiato il reato di aggiotaggio[1] con quello di abigeato[2] e a fine agosto 2006 Tommaso Coletti, presidente della provincia di Chieti, per pubblicizzare i centri per l’impiego ha usato la frase “Il lavoro rende liberi” (traduzione dal tedesco arbeit macht frei: slogan appeso all’ingresso del campo di concentramento di Auschwitz). Che dire poi di molti deputati che sono convinti che il Darfur sia un ipermarket?
Ma anche i medici di famiglia pare non si salvino: dopo aver ispirato qualche anno fa, un libro pieno di prescrizioni fantasiose ed esilaranti ora rischiano di fare una figura simile a quella degli aspiranti magistrati. Qui però la cosa si fa seria perché in ballo c’è la salute dei cittadini.
Mi riferisco all’alto tasso di caduti all’esame di ammissione al corso di formazione specifica in medicina generale (medici di base) dove è richiesto un minimo di 60 punti su 100.
Non sono in grado di fornire i numeri esatti perché la competenza è delle Regioni con ulteriore frazionamento sulle singole province ma la proiezione generale a 10 anni pare prospetti un numero insufficiente di medici di base.
Certo l’asino mi ha fatto ridere, e ho continuato a ridere anche quando ho immaginato migliaia di buste con il francobollo dell’asino che valicavano i confini italiani, e tutti i non-italiani non avevano dubbi sulla provenienza della corrispondenza: Italia!
Ma se penso all’asino come animale che sopporta suo malgrado una soma pesante, allora mi riconosco anch’io un asino italiano DOC che porta sulle spalle pesi sempre più gravosi ed eccessivi frutto di decenni di miopia politica e inadeguata preparazione.
Allora, dato che al contrario delle razze italiane di asini io non sono tutelata, non mi resta che piangere!
Ih-ohh, ih-ohh, ih-ohh…
[1] Provocare artificiosamente il rialzo o il ribasso di azioni, prezzi e cambi, per trarne illecito profitto
[2] Furto di bestiame

Per motivi di lavoro stamattina ho incontrato gli abitanti di alcuni insediamenti rom, e una volta di più ho potuto toccare con mano quanta sia la disinformazione che viene abitualmente propinata dai mezzi di comunicazione.
Quindi vorrei fare un po’ di chiarezza.
Innanzitutto il termine “rom” non è sinonimo di “nomadi”. Gli oltre 120.000 rom che vivono in Italia hanno documenti e passaporti italiani, e spesso sono cittadini italiani da diverse generazioni.
Moltissimi lavorano come qualsiasi cittadino italiano: operai, commesse, fabbri, artisti, musicisti.
Allora in cosa sono diversi dagli altri italiani?
Parlano la loro lingua di origine: romanè, slavo, o altre, e hanno mantenuto (o cercano di mantenere) la loro identità culturale fatta di consuetudini, usi e costumi che sono diversi dai nostri.
Un fattore comune a tutti è la forte riluttanza a mischiarsi con noi, i gagi, perché ci considerano pericolosi per i loro figli (droga, alcol, armi, prostituzione).
Tra di loro, come tra di noi, ci sono conservatori e progressisti, sinceri e bugiardi, credenti e atei, onesti e disonesti.
Loro, come noi, vivono un momento di grande difficoltà: i valori del passato si sono dissolti, le tradizioni sono scomparse, è difficile riuscire a capire quale sia il ruolo della famiglia e la tecnologia sta emarginando un numero crescente di persone.
Il bisogno di possedere e apparire sta progressivamente scardinando la capacità di vivere in equilibrio, non solo da un punto di vista economico, ma soprattutto di identità personale.
I rom sono consapevoli di essere una minoranza, non tentano il confronto diretto con noi, e cercano di fare quadrato per tentare di mantenersi in equilibrio.
E noi gagi cosa facciamo?
Poco o niente, perché spesso non siamo nemmeno consapevoli che, pur vivendo in famiglia, in realtà ci comportiamo come se fossimo in albergo. Nessuno chiede a nessuno come sta, e se c’è il sospetto che un familiare abbia un problema ce ne teniamo alla larga perché siamo convinti di aver già tanti problemi per nostro conto.
Noi non sappiamo più fare quadrato, non abbiamo più la famiglia, ognuno di noi, anche se non si muove dal proprio quartiere, si sente cittadino del mondo grazie alla TV e a internet.
La realtà è che in troppe occasioni ognuno di noi si sente forte e invincibile, superiore agli altri, e quando si accorge di essere davvero solo invia un SMS o accende la TV, i rom invece no.
Laura Calciolari
Rondine Cittadella della Pace, 28 gennaio 2008
Non è facile parlare di cosa ho vissuto quando ho incontrato più di trenta studenti universitari provenienti da Paesi che vivono, o hanno vissuto, situazioni di conflitto.
Erano rappresentati: Europa, Medio Oriente, Africa e America.
Sulle spalle di ogni giovane si percepiva il peso di un passato che impediva la leggerezza necessaria perché fossero capaci di “immaginare” il loro personale futuro: situazioni nazionali diverse eppure tanto simili negli effetti che producono su ognuno di loro.
Conosco teorie e metodologie che trattano di gestione dei conflitti e di costruzione di pace, ma quando nel concreto mi sono trovata davanti quei ragazzi è stato palese che l’unica cosa che poteva permettermi di iniziare a comunicare con loro non erano le mie conoscenze tecniche o specialistiche, ma quella parte della mia vita legata all’esperienza del dolore, delle difficoltà, dei conflitti.
Molti conoscono cos’è l’ascolto attivo ma anche se lo applichiamo con buona volontà, essa non basta, perché se ciò che ascoltiamo viene percepito come artefatto, irreale o costruito a tavolino stacchiamo l’audio con un senso di fastidio e irritazione (e al diavolo l’ascolto!).
Ero consapevole che sarebbe stato un errore parlare a quei ragazzi su un piano di conoscenze accademiche, così avevo pensato di estrarli dai conflitti che vivevano nei loro Paesi, per farli sostare, almeno per qualche ora, in un futuro che avesse come prospettiva la loro vita personale.
Ho sempre pensato che non si può parlare di pace se essa non è dentro di noi e non si nutre almeno un po’ di speranza nel futuro; ma la pace deve essere cercata, nutrita e curata in ogni individuo perché diversamente essa non potrà mai diventare collettiva e sostenere un futuro desiderabile.
Quegli studenti avevano la caparbietà e l’irruenza tipica di ogni giovane, ma avevano anche una rabbia profonda che li incapsulava in emozioni così forti da non consentire loro di guardare al di là dell’istante vissuto.
Ancorati alle fonti dei conflitti vissuti nei loro Paesi, questi giovani cercano di rimuovere e superare cause e origini che hanno portato alla negazione della pace.
Per ogni cosa che non possiedono - dal passaporto ad un futuro promettente - ne ricercano le cause nel passato. Anche se questo può essere vero, rimane però il fatto che non si può scrutare il futuro guardando indietro, così come non si può camminare o correre guardando la strada già fatta perché la caduta sarà inevitabile e il traguardo non visibile.
La mia sensazione è stata che molti di loro siano vittime inconsapevoli di un condizionamento al passato voluto da chi non è capace di volere un futuro diverso, migliore, magari perché impreparato, perché così è più conveniente, oppure perché l’abitudine al conflitto e alla guerra durano da così tanto tempo che è quasi impossibile immaginare una vita in pace.
La maggior parte degli studenti che erano a Rondine hanno studiato teorie e metodi per la risoluzione dei conflitti, ma pare sia mancata finora la consapevolezza che il passato non è modificabile.
Conoscere il passato è necessario, ma è PASSATO e lasciare che esso condizioni il presente e il progetto di vita di ciascuno, serve solo ad amplificare le fonti dei conflitti, senza riuscire a vivere né l’oggi né il domani.
Ognuno di noi ha esperienza di persone, la maggior parte rancorose, che ad ogni discussione tirano in ballo situazioni del passato (… anche l’altra volta è successo che…) e obbligano a ridiscutere situazioni che credevamo morte e sepolte, a giustificarci, e così non arriviamo mai a chiudere né la vicenda presente né a mettere una pietra sul passato. In definitiva si tratta di passatisti (non di storici) timorosi del futuro, che si rifugiano pervicacemente nel passato perché sanno come è andato a finire e lo usano come spauracchio e monito insuperabile per impedire un futuro diverso.
Così le vittime dei passatisti sono costrette a continuare a reagire a stimoli ed emozioni che sono nel passato e che non saranno mai funzionali né all’equilibrio personale né al alcun tipo di pace e soprattutto resteranno vincolate ad uno spazio vitale (fisico, mentale,emotivo) limitato e sempre più limitante.
Per questo, un grande valore di incontri come quello di lunedì non è il fatto di parlare di conflitti, ma che quei giovani possano parlarne in un ambiente lontano da dove vengono vissuti, perché questo è l’unico modo per riuscire ad averne una visione allargata, più distaccata, e riuscire quasi a vederli con occhi che non temono più un futuro (di pace).
Laura Calciolari
Riceviamo e volentieri pubblichiamo la segnalazione di questo incontro in programma a Livorno il 26 e 27 gennaio 2008.
-----------------------------------------------------------------------------------L'Associazione Incontro di Lucca e Livorno in collaborazione con la Scuola di Psicodramma e Sociodramma Zerka T. Moreno di Livorno - Buenos Aires e con il Cesdi di Livorno (Centro Servizi Donne Immigrate) organizza a Livorno il
IV° Incontro di psicosociodramma a più voci ”PONTI”
Quest’evento è nato nel 1999 presso la Cooperativa "Il Germoglio" di Iseo (Brescia), da un’idea di Monica Zuretti, accolta e condivisa da altri psicodrammatisti. Tale idea, in questi otto anni, si è consolidata ed espansa a tal punto che negli ultimi due si è pensato di realizzarla simultaneamente in altre città come Palermo, Roma, Buenos Aires e Lucca: in quest’ultima città, lo scorso anno, hanno partecipato circa settanta persone.
Psicodramma a più voci vuol favorire il riconoscimento delle diversità e l'incontro/confronto tra psicodrammatisti che utilizzano modalità e riferimenti teorici diversificati (psicodramma classico, analitico individuativo, junghiano, playback theatre, ecc.). Per consentire una comprensione del metodo psicodrammatico nei diversi contesti, sono previsti spazi di lavoro in piccolo e grande gruppo.
Psicodramma a più voci è autogestito e aperto agli psicodrammatisti e a tutte le persone interessate a conoscere lo psicodramma.
Per saperne di più cliccate su www.associazione-incontro.com oppure inviate una mail a ass-incontro@tiscali.it.

Sempre più spesso i pensieri che vengono dati alla luce sono solo la reazione a ciò che accade intorno, sia dentro che fuori casa, dove la speculazione filosofica, o più semplicemente umana, sono sempre più ridotti a cercare di mantenere uno spazio di sopravvivenza fisica e di immagine.
Sopravvivenza fisica perché le opportunità economiche, per la maggior parte delle persone, sono sempre più risicate, e di immagine, perché siamo percepiti in virtù di ciò che possiamo esibire. Ma se le risorse economiche scarseggiano, allora scarseggerà ciò che può essere esibito, e allora? Allora forse la crisi dell’uomo occidentale, quella che stiamo vivendo ora, era inevitabile.
Ma in tutto questo che peso ha la tecnologia?
La mia percezione è che essa abbia trasceso il proprio ruolo di facilitatore della conoscenza e della relazione, diventando invasiva anziché pervasiva e abbia assunto il ruolo di attore anziché strumento a supporto delle attività umane.
Se negli anni ottanta i computer, soprattutto negli uffici, riducevano molto il carico di lavoro e quindi il tempo libero aumentava, ora accade esattamente il contrario.
Per chiedere una cosa a un collega si lasciava la scrivania e si andava da lui, oppure si faceva una telefonata. Si ottenevano così informazioni immediate, si potevano fare domande e avere subito risposte, il tutto in pochissimi minuti. Ora si manda una e-mail, ma il collega magari non la legge subito o può decidere di non rispondere, poi quando ci risponde non abbiamo tutte le informazioni che servono e allora si continua con lo scambio di e-mail fino allo sfinimento, senza contare che in questi scambi spesso vengono coinvolte persone che non c’entrano niente.
Credo sia esperienza di molti che l’obiettivo zero-carta (molto in voga a metà degli anni novanta) è miseramente naufragato nell’immensità delle stampe che facciamo.
Si stampa per leggere dopo con calma (cosa che raramente avviene) si stampano le e-mail per avere prove concrete, si stampa per vedere come viene quello che scriviamo, si stampano persino gli appunti tanto per ritrovarli… E poi?
Arriva la fine della giornata insieme ad un indefinito senso di insoddisfazione, perché non siamo riusciti a fare tutto quello che ci eravamo prefissati, perché abbiamo avuto bisogno di molto più tempo di quello preventivato, perché, in fondo, abbiamo lavorato in solitudine con la tecnologia.
E forse non ci rendiamo nemmeno conto che abbiamo perso i contatti con amici e parenti perché non hanno un indirizzo e–mail oppure perché hanno cambiato il numero del loro telefono cellulare...
Ma esibire il telefono cellulare più tecnologico, utilizzare un navigatore satellitare che ti fa entrare con l’auto in un senso unico, viaggiare sempre con l'i-pod dell'ultima generazione, avere in casa un impianto home theatre aiuta davvero a vivere meglio?
In realtà la paura del domani è sempre più accentuata e abbraccia aree sempre più vaste, così come la difficoltà di riuscire a immaginare il nostro futuro; e che dire poi della crescente difficoltà a instaurare rapporti sentimentali costruttivi e stabili?
La mia sensazione è che le tecnologie abbiano assunto il ruolo di stampelle per la nostra profonda insicurezza e che l’uomo contemporaneo le utilizzi massivamente fino a farle diventare l’anestetico per il male di vivere e la paura di doversi confrontare con i timori e le angosce che la mente potrebbe estrarre dall'indistinto e renderle consapevoli.
Laura Calciolari
La traccia del saggio era: Un immenso mare di informazioni, stimoli, immagini, suoni, è intorno a noi. Secondo te in che modo possiamo coltivare la nostra identità personale e di pensiero? Non mi aspettavo componimenti da premio nobel, ma sono rimasta molto sorpresa e anche delusa per la palpabile riottosità a scrivere che è emersa da quasi tutti gli scritti. Che dire poi della punteggiatura, delle ripetizioni dei concetti e della trascuratezza complessiva? Ma la delusione più grande è stata quella di scoprire che quasi tutti i testi esponevano dati oggettivi (scontati) ma non una posizione personale. Come dire: mi rendo conto che tutti cercano di influenzarmi ma non ho idea di come evitare che accada. Fino a pochi anni fa se qualcuno ci avesse chiesto “quanto dista casa tua dall’ufficio” avremmo risposto dieci chilometri, ora invece rispondiamo “venti minuti”. E non chiediamo più “quanto dista la città da casa tua” ma diciamo “quanto ci vuole per arrivare in città” perché la distanza non è più percepita come fisica bensì temporale. Così, per brevità, si ascoltano i TG alla radio, in tivù o si dà una sbirciata alle news su internet, ma raramente si legge un giornale (figuriamoci due o tre!) per approfondire una notizia. E quando arriva il momento di andare a letto è tardi e la stanchezza sopraffà rubando quei pochi minuti che potrebbero essere usati per… pensare. Per pensare a come siamo, per capire il perché di certe reazioni, per verificare il nostro progetto di vita, per cercare di conoscere meglio chi vive accanto a noi… Quelli più bravi prima di dormire ripassano mentalmente l’agenda del giorno dopo e cercano di scoprire come fare per incastrarci qualche impegno che è stato rimandato. E l’humanitas in tutto questo dov’è? Laura Calciolari
Prima delle vacanze di Natale ho chiesto ai miei studenti di relazioni pubbliche di scrivere un saggio per capire chi sono, se conoscono se stessi e come si esprimono. Sono quasi tutti giovani laureati in discipline umanistiche e mi aspettavo che il loro “pensiero” non solo fosse abbastanza allenato e fluido, ma che avessero riflettuto su se stessi.
Avevo spiegato che il saggio sarebbe servito principalmente per adattare meglio il programma in funzione degli aspetti da coltivare o da migliorare.
Non so quanta responsabilità abbiano le famiglie e quanta sia colpa del nostro sistema di istruzione, ma è sconfortante verificare che tanti hanno buone cognizioni di psicologia ma quasi nessuno ha dedicato tempo sufficiente nè per definire come vuole essere, nè per coltivare un proprio punto di vista.
La realtà è che molte persone -e non solo i miei studenti- assorbono le notizie con scarsissimo senso critico e senza chiedersi, o cercare di capire, quali potrebbero essere le ragioni nascoste che le hanno originate.
Il nostro modo di vivere, sempre più affannoso e rumoroso, sempre più legato al qui e subito, lascia davvero poco tempo al pensare.